La tragica vicenda della morte di Abderrahim Fakir ha riaperto con forza il dibattito istituzionale e politico sulla gestione delle emergenze in Emilia-Romagna, traducendosi in una prima serie di iniziative sul tavolo regionale.
Da un lato, la maggioranza che governa la Sanità emiliano-romagnola si è mossa attraverso un’interrogazione presentata dal consigliere regionale Giovanni Gordini (ex direttore del 118 di Bologna). L’iniziativa sollecita la stesura di linee guida specifiche per coordinare in modo rigoroso le operazioni congiunte tra gli operatori del 118 e le Forze dell’Ordine nei contesti ad alto rischio e complessità.
Dall’altro, il drammatico episodio ha riacceso il pressing di sindacati, forze d’opposizione e addetti ai lavori, che chiedono di non limitarsi a nuovi protocolli ma di affrontare i nodi strutturali del sistema. Al centro del confronto sono finite così le storiche carenze di personale medico nell’emergenza territoriale, i ritardi sulla formazione e l’idoneità dei camici bianchi, oltre all’urgenza di superare la forte disomogeneità con cui oggi viene gestito il paziente in stato di agitazione psicomotoria.
“Nelle audizioni svolte in Commissione Sanità su questo tema – commenta la Consigliera Elena Ugolini – l’assessore Gordini ha esposto dati rassicuranti sul tempo medio di arrivo di un’autoambulanza in Emilia-Romagna, senza affrontare la questione cruciale: se arriva in tempo un mezzo privo delle professionalità necessarie per prestare soccorso, il fatto che arrivi rapidamente non è sufficiente. Ed è proprio sulla presenza di personale qualificato che emergono le carenze più preoccupanti del sistema”.
Come funziona il 118 a Bologna
Il sistema di soccorso dell’AUSL di Bologna si basa su una rete integrata con diverse tipologie di mezzi, attivati dalla Centrale Operativa in base alla gravità del codice d’intervento. Ad essere chiamate in causa sono le Ambulanze di Soccorso Base (MSB) costituite da mezzi forniti dalle associazioni di volontariato convenzionate (come Croce Rossa, Anpas, Pubbliche Assistenze), il cui equipaggio è formato da volontari o dipendenti soccorritori qualificati, ma senza medico o infermiere a bordo.
Nelle chiamate d’emergenza, per garantire tempi di arrivo rapidissimi, viene spesso inviata subito l’ambulanza di base più vicina (gestita dai volontari). Se il caso è un codice rosso o presenta complessità cliniche/comportamentali, l’automedica o l’infermieristica viene inviata in parallelo o su richiesta. Se il mezzo sanitario tarda o scarseggia, la prima gestione sul campo ricade interamente sui volontari.
“Il primo marzo 2026 l’AUSL di Bologna – aggiunge la Ugolini – ha dichiarato di avere almeno 20 incarichi vacanti di Emergenza Sanitaria Territoriale, suddivisi tra sei posizioni nell’area nord e 14 nell’area sud della città. Fino ad oggi – e conclude – si è propagandato il 118 come un gioiello di efficienza, ma il gigante sembra avere i piedi d’argilla e, al primo episodio, purtroppo doloroso, mostra tutte le sue carenze”.
I problemi sul tavolo: incarichi vacanti, formazione, attrattività per la professione
Elena Ugolini denuncia una grave e paradossale falla di programmazione sanitaria da parte della Regione e dell’AUSL di Bologna, evidenziando come la decisione di cancellare per il 2026 il corso di idoneità all’Emergenza Sanitaria Territoriale nell’area dell’Emilia Est penalizzi gravemente il territorio. I medici di Bologna, Modena e Ferrara vengono infatti costretti a spostarsi in Romagna o nell’Emilia Ovest per formarsi, partendo peraltro in posizione di subordine nelle graduatorie d’accesso rispetto ai colleghi residenti in quelle zone.
Secondo Ugolini, ci si trova davanti a un vero e proprio corto circuito gestionale. L’Azienda Sanitaria bolognese ha recentemente certificato ben venti incarichi vacanti nel 118 e continua a far ricorso ai medici “gettonisti” a partita IVA per coprire i turni delle automediche cittadine, ma allo stesso tempo ha presentato alla Regione un fabbisogno formativo del tutto nullo, rinunciando a organizzare il corso sul proprio territorio.
Il punto centrale della sua accusa riguarda la mancanza di visione strategica per il futuro del Servizio Sanitario Nazionale. Poiché l’attestato di idoneità è il requisito di legge indispensabile per poter lavorare stabilmente nell’emergenza territoriale, bloccare i corsi significa sbarrare la strada ai giovani professionisti e programmare consapevolmente un’ulteriore carenza di personale per gli anni a venire. Infine, Ugolini contesta lo smantellamento di un’eccellenza storica del territorio, ricordando come la scuola formativa bolognese abbia sempre rappresentato un polo d’attrazione a livello nazionale capace di richiamare centinaia di candidati.

