Francesco Feletti (ANAAO ASSOMED): «Un tema chiave è la possibilità che il medico ospedaliero presti servizio anche sul territorio».
Come costruire una rete di assistenza realmente capace di garantire la continuità delle cure tra presidi ospedalieri e territorio? Quali condizioni organizzative, professionali e contrattuali servono per trasformare l’integrazione da principio teorico a prassi quotidiana?
Sono questi i nodi cardine emersi durante il Forum “Ospedale e territorio: una rete, non due sistemi”, promosso da ANAAO ASSOMED Emilia-Romagna il 16 ottobre scorso a Bologna. Un confronto serrato che ha riunito istituzioni regionali, management sanitario, ordini professionali e rappresentanze sindacali in una fase cruciale per la ridefinizione dei modelli assistenziali del Servizio sanitario regionale.
A margine dei lavori abbiamo sentito il nuovo Segretario Regionale Anaao Assomed Emilia-Romagna Francesco Feletti, fresco di nomina per il quadriennio 2026–2030.
Partiamo da un bilancio: com’è andato l’incontro?
«L’incontro si è rivelato proficuo poiché ha riunito i principali attori del sistema: i professionisti delle diverse discipline, i rappresentanti sindacali della dirigenza medica, le altre professioni sanitarie coinvolte, il presidente dell’Ordine dei medici e i vertici della Regione, con figure chiave utili a chiarire orientamenti e progettualità dell’amministrazione. Un confronto collegiale e informale favorisce la nascita di proposte concrete, anche a partire da posizioni inizialmente distanti. Come sindacato chiediamo di essere coinvolti prima dell’assunzione delle decisioni; in occasione di questo primo appuntamento della nostra nuova segreteria, ci proponiamo come interlocutori stabili delle istituzioni. Nessuno conosce i processi assistenziali meglio dei professionisti che li governano quotidianamente, ed è su questa base che intendiamo continuare a porre quesiti e avanzare proposte».
A che punto è l’integrazione tra ospedale e territorio?
«Nel mio intervento ho ribadito che siamo ben consapevoli di quanto un ospedale, per funzionare al meglio, necessiti di essere affiancato e connesso a una rete territoriale efficiente. I pazienti avvertono immediatamente le criticità del territorio e la carenza di integrazione con il presidio ospedaliero. Si pensi a chi viene dimesso senza un percorso terapeutico chiaro, a un’informazione clinica non trasmessa a chi deve assumere la decisione successiva o a una cronicità priva di risposte adeguate. Di fronte a queste falle, il paziente torna in ospedale e lo fa attraverso l’unico punto di accesso percepito come sempre disponibile, e che spesso lo è realmente: il pronto soccorso, che si trova così sovraccaricato da accessi impropri, che costituiscono ormai la maggior parte dei casi. Una struttura concepita per salvare vite in emergenza-urgenza si ritrova a gestire le riacutizzazioni delle patologie croniche, come una BPCO scompensata o problematiche trattabili a livello territoriale. Il personale che accoglie il paziente a qualunque ora non ne conosce la storia clinica ed è costretto a richiedere accertamenti e consulenze specialistiche. Tutto ciò genera costi elevati per la collettività, un’inefficiente allocazione delle risorse, allunga i tempi di attesa per chi ha una reale urgenza e compromette l’ecosistema ospedaliero. Siamo molto preoccupati: gli ospedali sono ormai privi di tempo e di spazi, oberati da un carico che dovrebbe trovare risposta altrove».
I dati Agenas indicano che solo una minima parte delle Case della Comunità dispone del personale necessario; d’altro canto, prelevare personale dagli ospedali rischierebbe di impoverire reparti già sotto pressione. Come si risolve il nodo del reclutamento?
«Il monitoraggio Agenas al 31 dicembre 2025 registrava 143 case della comunità avviate su 187 programmate, specificando tuttavia che soltanto 15 risultavano pienamente operative con tutti i servizi obbligatori e con un’adeguata dotazione medica e infermieristica. Più recentemente l’assessore ha parlato di 166 strutture avviate, ma l’unico riferimento ufficiale disponibile per verificare il rispetto degli standard di personale resta la rilevazione di fine 2025. Questo dato misura l’entità del lavoro ancora da compiere: se solo 15 strutture possiedono gli organici previsti, il reperimento dei professionisti diventa la questione prioritaria. Il fabbisogno riguarda in larga misura il personale infermieristico, cardine gestionale della Casa della Comunità, insieme a figure come l’infermiere di famiglia e di comunità. Abbiamo ribadito con forza che tali figure non possono essere semplicemente sottratte agli ospedali: prelevare professionisti integrati da anni in équipe consolidate e dotati di competenze iperspecialistiche significherebbe creare una criticità dove prima non c’era. La medesima preoccupazione riguarda, ovviamente, il reclutamento dei medici».
Quali sinergie e modelli organizzativi si possono mettere in campo senza penalizzare le corsie?
«Un tema chiave è la possibilità che il medico ospedaliero presti servizio anche sul territorio. Non siamo contrari in linea di principio, purché ciò avvenga entro cornici ben definite e nel pieno rispetto del contratto collettivo nazionale di lavoro. Non abbiamo alcuna preclusione se un professionista a fine carriera sceglie volontariamente di spostarsi sul territorio, ma deve trattarsi di una decisione libera: in nessun caso è accettabile un trasferimento coatto. Una via percorribile consiste nella definizione di incarichi dedicati che consentano a specialisti esperti, ad esempio a un cardiologo, di operare nelle Case della Comunità erogando assistenza e svolgendo attività formativa per i colleghi più giovani all’interno di percorsi strutturati. Resta però un punto fermo: se si chiede a un professionista di andare dall’ospedale al territorio, l’organico ospedaliero deve essere contestualmente reintegrato, altrimenti assistiamo a un mero spostamento di carenze».
Qual è stata la reazione delle istituzioni regionali di fronte a queste aperture?
«Il confronto è rimasto per il momento su un piano generale, trattandosi del primo di una serie di incontri. Da parte della politica registriamo una richiesta di collaborazione che accogliamo con favore, a partire dalla disponibilità a formare i medici destinati alle Case della Comunità. Offriremo il nostro supporto, a patto che vengano definiti con chiarezza ruoli, responsabilità e modalità operative. Per fare un esempio concreto: se dal territorio arriva una richiesta di consulenza cardiologica, occorre stabilire esattamente in quale momento dell’orario di lavoro debba intervenire lo specialista, evitando sovrapposizioni con i turni di guardia o con la gestione delle emergenze intraospedaliere, che esporrebbero i pazienti a rischi inaccettabili. Una programmazione seria ed efficace deve misurarsi necessariamente con questi aspetti operativi».